Caffè di domenica 17 marzo 2024

di padre Federico Trinchero
– Comunità di Arenzano (GE) –

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Buongiorno, cari amici, con il caffè carmelitano di oggi, 17 marzo 2024.

5ª domenica di Quaresima.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato quanto sarebbe stato bello vedere Gesù in carne ossa, come l’hanno visto gli apostoli, conoscere il colore dei suoi occhi, il timbro della sua voce, il rumore dei suoi passi. Era il desiderio anche di questi greci che cercarono di avvicinarsi a Gesù con la complicità di Filippo e Andrea. E, invece, Gesù dà buca, neppure una stretta di mano, un selfie o un autografo, figuriamoci un’intervista. Nemmeno uno sguardo o una battuta per questi fan venuti addirittura da Atene a Gerusalemme.

Gesù ha fretta. Getta uno sguardo sull’orologio della nostra salvezza e annuncia a tutti che l’ora della passione è ormai scoccata. Non c’è tempo da perdere. Sì, un po’ di paura c’è. Un fremito corre lungo la schiena che tra poco si caricherà della croce. Ma è solo un attimo di inquietudine. Uno sguardo d’intesa con il Padre e si parte: “Facciamo – sembra voler dire – facciamo vedere al mondo chi siamo e soprattutto quanto lo amiamo”.

Per spiegare cosa sta avvenendo Gesù parla di un seme che deve morire per portare frutto e non restare solo. Il seme è vita in potenza. Ogni volta che Gesù parla della sua morte, ne parla non come la fine di qualcosa, ma come l’inizio di una vita nuova, addirittura eterna. Il seme, che poi è lui, deve cadere in terra, morire, per essere innalzato da terra, risorgere e attirare tutti a sé. Il seme deve diventare frutto e poi pane sui nostri altari perché gli uomini possano mangiarlo e avere così la vita per sempre.

Quei Greci – che poi siamo tutti noi – e che volevano tanto vederlo, lo vedranno solo così: nel crocifisso, nel pane di vita, nel volto di ogni fratello.

Preghiamo.
O Padre, che hai ascoltato il grido del tuo Figlio,
obbediente fino alla morte di croce,
dona a noi, che nelle prove della vita
partecipiamo alla sua passione,
la fecondità del seme che muore,
per essere un giorno accolti
come messe buona nella tua casa.
Per Cristo, nostro Signore. Amen.

Buona Domenica a tutti!

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