di padre Vojtech Kohut
– Comunità di Genova –
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Buongiorno, cari amici, con il caffè carmelitano di oggi, 7 novembre 2024.
31ª settimana del Tempo Ordinario.
Beato Francesco Palau, carmelitano.
Dal vangelo secondo Luca (Lc 15,1-10)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Le due parabole del vangelo di oggi – insieme alla terza, che le segue, tradizionalmente detta “del figliol prodigo” – talvolta le si chiama le parabole dei perduti, in quanto vi è una pecora perduta, una moneta perduta e un figlio perduto. Altri obiettano però che allora bisognerebbe chiamarle le parabole dei perduti e ritrovati, in quanto la pecora non rimane smarrita, la moneta rotolata via e il figlio fuori casa, ma vengono recuperati tutti e tre.
In queste parabole si trova ancora un altro elemento comune di fondamentale importanza: la “gioia nel cielo” o la “gioia davanti agli angeli di Dio”. Anche la terza parabola non manca di questa componente: cercando di convincere il figlio maggiore affinché entri in casa, il padre amoroso gli dice: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32).
Sì, nel cielo, davanti agli angeli, vi è festa ogniqualvolta un peccatore si converte. Chi si rallegra? Senz’altro gli angeli stessi, senz’altro i santi ivi presenti, ma… soprattutto si rallegra Dio, come quel padre amoroso della terza parabola. Forse dovremmo puntare di più sulla gioia di Dio – che si rallegra di ogni figlio e figlia che trovano alla fine la strada verso casa – piuttosto che sottolineare unilateralmente le espressioni come “ira divina”, “castigo di Dio” e così via. Sì, anch’essi sono vocaboli biblici, ma non devono accentuarsi a scapito della gioia del Padre, e vanno interpretati nel loro giusto senso.
Gesù, con queste parabole della gioia divina o gioia davanti gli angeli nel cielo, reagisce alle mormorazioni dei farisei e degli scribi, che non sopportano la sua “facile” accoglienza dei pubblicani e dei peccatori. Se non riusciamo a capire questo comportamento apparentemente scandaloso di Gesù, non siamo all’altezza del vangelo, della lieta notizia che nessuno è a priori escluso dalla presenza di Dio, e non siamo in grado d’immaginarci – tantomeno capire in profondità – la gioia del Padre nei cieli.
Preghiamo.
Dio onnipotente e misericordioso,
guidaci al possesso della gioia eterna,
perché l’umile gregge dei tuoi fedeli
giunga dove lo ha preceduto Cristo, suo pastore.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
Benedetta giornata a tutti voi, amici nel Signore!
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