di padre Vojtech Kohut
– Comunità di Genova –
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Buongiorno, cari amici di Dio, con il caffè carmelitano di oggi, 7 febbraio 2025.
4a settimana del Tempo Ordinario.
Dal vangelo secondo Marco (forma breve Mc 6, 17-20; completa Mc 6, 14-29)
Il re Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodiade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Dal brano del Vangelo odierno, che narra tutto l’evento tragico della morte di Giovanni Battista, abbiamo scelto solo la parte centrale, perché in essa Marco, unico fra gli evangelisti, ci fornisce un ritratto impressionante di Erode, interiormente lacerato di fronte alla denuncia del profeta: il tetrarca lo imprigiona, ma lo protegge di fronte agli intrighi di Erodiade; lo ascolta volentieri, pur rimanendo molto perplesso.
Alcuni biblisti considerano inverosimile questa immagine: conoscendo Erode dalle fonti storiche come uomo senza scrupoli, ritengono la descrizione di Marco poco realistica e non basata su informazioni affidabili. Lasciamo da parte il fatto che i primi cristiani potevano avere fonti credibili – pensiamo solo a Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode, elencata dall’evangelista Luca nel seguito femminile di Gesù (cfr. Lc 8,3) – e concentriamoci sulla questione stessa della divisione interiore del re. I tiranni sono forse senza coscienza? Talvolta forse riescono a reprimerla per un po’, ma non saranno capaci di zittirla per sempre. Perché dunque Erode non potrebbe vivere questo dramma interiore?
Anzi, ci sembra molto realistico e di grande monito anche per noi: ogni volta che non viviamo secondo la coscienza, ma cediamo alle nostre debolezze, piccole o grandi che siano, rischiamo di intrappolare noi stessi così da spingerci alla fine a fare ciò che altrimenti non avremmo mai fatto. San Giovanni della Croce ci avverte con la sua famosa immagine dell’uccello legato: “è lo stesso che un uccello sia legato da un filo sottile o da uno grosso; poiché, sebbene sia sottile, vi sarà legato come a quello grosso, fino a quando non lo spezzi, per volare” (1S 11,4).
Pur non essendo tiranni o grandi criminali, dobbiamo perciò anche noi badare di non essere attaccati in modo disordinato a nulla, altrimenti rischiamo di riscrivere – sebbene in miniatura – la triste storia di Erode. Senz’altro non lo vogliamo; direi che desideriamo piuttosto volare, come dice San Giovanni della Croce, verso “la libertà dell’unione con Dio” (ib.).
Preghiamo.
Signore Dio nostro, concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
Benedetta giornata a tutti voi, amici nel Signore!
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