di padre Roberto Fornara
– Comunità di Arenzano –
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Buongiorno, cari amici, con il caffè carmelitano di oggi, 31 marzo 2025.
4ª settimana di Quaresima.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,43-54)
In quel tempo, Gesù […] andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
La fine del capitolo 4 di Giovanni ci richiama il segno dell’acqua mutata in vino alla festa nuziale (Gv 2). Là una Madre, con attenzione discreta, si limitava a constatare: “non hanno più vino”. Qui un padre, di cui non traspare tanto il dolore per la malattia del figlio, quanto la posizione di prestigio. È un funzionario del re, un uomo che ha già gustato l’ebbrezza del potere, ma prima o poi scopre la debolezza, il peccato, la fragilità e – come Giobbe, Mosè, Elia, Geremia, Israele… – il desiderio e la paura di morire. E tutto questo è grazia. L’uomo ha sentito parlare di Gesù ed è impaziente che il Signore si metta in cammino senza indugio: “scendi prima che il mio bambino muoia”. Gesù deve scendere dai 200 m sul livello del mare, dove si trova, fino a –210 m nella depressione giordanica, a Cafarnao, la cittadina più importante sulle rive del lago, se si esclude Tiberiade, non amata perché legata a Erode, il suo costruttore, e all’imperatore, di cui porta il nome.
Cafarnao è la seconda patria di Gesù, il luogo in cui compie molti miracoli, ma – come alle nozze – sembra voler prendere le distanze: “Se non vedete segni e prodigi – il richiamo è ai fatti dell’Esodo – voi non credete”. Tuttavia, come si era lasciato toccare dalla compassione premurosa e materna di Maria, compie il secondo segno a Cana di Galilea. Giovanni non vuole contare i miracoli di Gesù: il primo segno era il principio, la rivelazione, l’irruzione della novità. Il secondo è la novità della ripetizione, la garanzia che dove c’è Gesù si rinnova all’infinito il dono della vita.
Il funzionario, l’adulto che chiamava il malato “il mio bambino”, al v. 50 diventa “un uomo” come gli altri, ma un uomo che crede alla parola di Gesù. Non abbiamo bisogno di capirla o di possederla… solo di fidarci. L’uomo sicuro di sé che chiedeva a Gesù di scendere ora è disposto a mettersi in cammino, a scendere lui per primo. Aveva sentito parlare di Gesù e pensava che quel taumaturgo potesse risolvere i suoi problemi. Imprigionato in un ruolo che non basta a definirne la verità e la dignità, ora torna ad essere semplicemente un uomo. Un uomo debole, sofferente, che ha bisogno d’aiuto. Un uomo che per la prima volta crede, fidandosi della parola di Gesù e rimettendosi in cammino.
La parola di Gesù, ripetuta tre volte (“tuo figlio vive”), è spirito e vita non solo per lui, che diventa “padre” (v. 53), ma anche per il “bambino”, che riacquista la salute e diventa “figlio” (v. 51), per i servi, mediatori e testimoni del vangelo della vita (v. 51), per tutta la sua famiglia, che credette con lui (v. 53). Ascoltando e obbedendo alla parola, ci apriamo anche a una nuova relazione con Gesù, diventando per lui fratello, sorella e madre. E – come a Betania – tutta la casa si riempie del suo profumo. “Tuo figlio vive”. È la parola che lo Spirito dice al Padre al Calvario e nel silenzio del sepolcro. È la parola che consola Maria addolorata ai piedi della croce. La parola seminata in noi ogni volta che la custodiamo e meditiamo nel cuore. A patto che – come quest’uomo – prestiamo ascolto anche all’imperativo iniziale: “va’, mettiti in cammino, comincia a camminare” (v. 50). Non avremo bisogno di altri segni. Saremo noi il terzo segno, quello del distacco dall’orgoglio egocentrico e impaziente, per rivestirci – come il Figlio – di umiltà, povertà, debolezza nella gioia di relazioni autentiche.
Preghiamo
O Dio, che rinnovi il mondo con i tuoi ineffabili sacramenti,
fa’ che la Chiesa si edifichi con questi segni delle realtà del cielo
e non resti priva del tuo aiuto per la vita terrena.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Una buona e santa giornata a tutti!
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