di padre Andrea Frizzarin
– Comunità di Arenzano (GE) –
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Buongiorno, amici, con il caffè carmelitano di oggi, 6 ottobre 2025.
27ª settimana del Tempo Ordinario.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Oggi il Vangelo ci mette davanti a una delle domande più grandi: «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».
La risposta la sappiamo tutti: amare Dio e il prossimo. Facile da dire… meno da vivere. E infatti subito arriva il tentativo di “giustificazione”: «E chi è il mio prossimo?». In altre parole: fino a che punto devo sporcarmi le mani? Non ci sarà un’uscita di emergenza?
Gesù non scende nei cavilli, ma racconta una storia che conosciamo bene. Due uomini di fede – un sacerdote e un levita – vedono un ferito, eppure… passano oltre. Non cattivi, semplicemente indifferenti. Magari avevano buoni motivi, mille impegni religiosi. Ma la loro fede non si traduce in compassione.
Ed è questo il punto: spesso non ci manca la conoscenza, ci manca il coraggio di fermarci. Sappiamo cosa andrebbe fatto, ma cerchiamo scuse.
E poi arriva un Samaritano, uno che sulla carta era “fuori posto”: non aveva titoli, non aveva autorità… ma si ferma. Vede, ha compassione, si prende cura. Non si domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Lo diventa lui stesso.
Gesù rovescia la prospettiva: il prossimo non è l’altro da classificare, ma io quando mi faccio vicino.
E il finale è una scossa: «Va’ e anche tu fa’ così».
Non servono altre definizioni, altri giri di parole. La fede vera è nelle mani che si fermano, che curano, che si prendono tempo.
Forse oggi la sfida è questa: non passare oltre. Non aspettare la soluzione perfetta. Non giustificarci sempre. Ma diventare noi, lì dove siamo, il prossimo che qualcuno attende.
Preghiamo
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Una buona e santa giornata a tutti!
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