di padre Marco Pesce
– Comunità di Genova –
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Buongiorno, cari amici, con il caffè carmelitano di oggi, 7 novembre 2025.
31ª settimana del Tempo Ordinario.
Beato Francesco Palau, carmelitano.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».
Penso che tutti noi conosciamo abbastanza bene questo raccontino, un raccontino alquanto originale. Si potrà capire meglio i prossimi giorni, quando ascolteremo il seguito e potremo inquadrare questo brano nel suo contesto: l’evangelista ha raccolto dei detti di Gesù sul rapporto con i beni. Mi chiedo sinceramente: ma che cosa voleva insegnare Gesù? O meglio: voleva insegnare? Si direbbe più che altro una constatazione, espressa nella frase conclusiva.
A volte si fa l’errore di fermarsi sulla frase finale del racconto (“Il padrone lodò quell’amministratore”) e la si prende come “morale della favola”, e così si resta pure scandalizzati, perché si associa il padrone a Dio, come d’altronde è lecito fare in altre parabole. Qui il padrone è della stessa risma dell’amministratore: avrebbe fatto lo stesso, se si fosse trovato nella stessa situazione. Ma non è questo il caso: quindi Gesù non incoraggia la disonestà a certe condizioni.
Ciò che possiamo prendere per noi oggi, ci viene dall’analisi della constatazione finale: Gesù vede gli uomini divisi in due categorie. Da una parte coloro che sono “di questo mondo”, dall’altra i “figli della luce”, cioè coloro che hanno una visione illuminata della vita e del mondo. Come dice il libro della Sapienza: “I giusti agli occhi degli empi parve che morissero, ma la loro speranza è piena di immortalità”. Si tratta della prospettiva delle “beatitudini” del Vangelo secondo Matteo: la povertà di spirito, il pianto, la mitezza, la ricerca della giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l’impegno per la pace, lo stato di persecuzione; tutto ciò non appare certo vincente se misurato solo su questo mondo.
È il Signore che illumina con la fede i nostri cuori e che ci incoraggia anche oggi a tenerci in questa luce, vincendo la tentazione di ritornare nelle zone d’ombra del più facile, del più piacevole, del “tutti fanno così”, del “non è poi così grave”. E allora: sursum corda! In alto i nostri cuori!
Preghiamo.
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Una buona e santa giornata a tutti!
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