Caffè di venerdì 6 febbraio2026

di padre Andrea Frizzarin
– Comunità di Arenzano (GE) –

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Buongiorno, amici, con il caffè carmelitano di oggi, venerdì 6 febbraio 2026.

4ª Settimana del Tempo Ordinario.
Memoria dei santi Paolo Miki, presbitero, e compagni martiri.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Erode sente parlare di Gesù. Il suo nome circola, crea domande, smuove voci. Nessuno è indifferente. C’è chi dice una cosa, chi un’altra. Erode, però, reagisce in modo sorprendente: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Parole strane sulle labbra di un re compromesso, debole, prigioniero dei suoi giochi di potere e della sua stessa depravazione morale. Eppure, in quella frase, c’è qualcosa che somiglia molto alla fede. O almeno alla sua soglia.

Erode non è un modello di coerenza, lo sappiamo. È un fantoccio nelle mani dei romani, incapace di decisioni vere, trascinato dagli sguardi altrui, dai giuramenti detti a tavola, dalla paura di perdere la faccia. Eppure Giovanni lo affascina. Lo teme e lo ascolta volentieri. Resta perplesso, ma non chiude l’orecchio. Dentro di lui qualcosa si muove. La verità lo disturba, ma non lo lascia indifferente.

Quando sente parlare di Gesù, quel turbamento riaffiora. I fatti che gli raccontano lo inquietano, lo fanno pensare, lo costringono a una domanda che non riesce più a mettere a tacere: chi è costui? È come se la coscienza, soffocata a lungo, tornasse a bussare. Una fede confusa, imperfetta, forse persino superstiziosa, ma reale. Perché la fede spesso nasce così: non come risposta chiara, ma come inquietudine che non si spegne.

Sappiamo che più avanti, durante il processo, Erode vorrà vedere Gesù. Se lo farà portare davanti. Spererà in un segno, in un miracolo, in qualcosa che lo stupisca. Ma Gesù resterà in silenzio. Non perché Erode sia lontano, ma perché la fede non è uno spettacolo. Non si ottiene con la curiosità né con l’entusiasmo passeggero. La fede è fidarsi, è consegnarsi, è smettere di tenere tutto sotto controllo.

Eppure, proprio Erode ci dice che c’è speranza per tutti. Anche per chi è contraddittorio, per chi ha sbagliato gravemente, per chi è intrappolato nelle proprie paure. Gesù riesce a farsi strada perfino in un cuore confuso, toccando domande profonde, aprendo spiragli, mettendo in movimento.

Forse la fede comincia proprio così: quando un nome, una parola, un fatto non ci lascia più tranquilli. Quando dentro nasce una domanda che chiede spazio. E non se ne va.

Preghiamo.
O Dio, forza di tutti i santi,
che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo Miki
e i suoi compagni attraverso il martirio della croce,
concedi a noi, per loro intercessione,
di testimoniare con coraggio fino alla morte
la fede che professiamo.

Per Cristo Nostro Signore. Amen.

Buona giornata a tutti voi!

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